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Segatura

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Daniela Zangrando vive e lavora in un ex panificio ai piedi delle Dolomiti.
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SEGATURA

di Daniela Zangrando (Sedico, BL)

Notte. Imprecazioni indistinte. Scenario di una partenza.

Se gli alpini non tornano indietro, che almeno i andasse avanti – si era detto borbottando.
Da settimane il rancio era uno schifoso miscuglio di paglia, ghiande e segatura. Nemmeno più la farina concedevano! Cos’erano loro? Bestie forse?! Sul fatto poi che gli alpini non avessero paura, aveva da ridire. La decisione era stata presa su due piedi. Un temporaneo promontorio di tempo stabile lambiva con aria mite l’intera regione. A seguire, un minimo depressionario in quota avrebbe determinato aumento dell’umidità e fenomeni piovosi anche intensi. Questo significava grandinate, temporali, nebbie e probabilmente anche qualche fiocco di neve. Non c’era tempo da perdere. Non voleva decisamente buscarsi un raffreddore nel migliore dei casi… Aveva  dunque inizio l’avventura! L’epopea! La conquista! Qualche malizioso l’avrebbe magari chiamata fuga, ma a lui non interessava.

Prima cosa da fare: attraversare la conca terrosa e allontanarsi da lì il più velocemente possibile, controllando scrupolosamente di non esser visto né seguito. Lui era fatto per vivere in alto. Doveva pensare solo a questo. I piedi avevano iniziato a muoversi da soli, uno davanti all’altro, diritti. Le ginocchia, irrigidite dal timore di essere scoperto, si erano sciolte non appena si era spostato di qualche metro. Il respiro, dapprima affannoso, aveva preso una cadenza regolare e, quanto alle gocce di sudore che continuavano a colargli dalla fronte lungo il viso, dalle ascelle lungo le braccia, da qualsiasi incavo del corpo lungo ogni superficie di scorrimento immaginabile, non se ne curava. Di tanto in tanto allungava la lingua fuori dalla bocca e ne acchiappava qualcuna, come aveva visto fare dalle bestie con le mosche.

Aggirato il grande masso, doveva tenere la sinistra. Era assolutamente importante muoversi con precisione e non scivolare. Ed ecco la cresta. Avevano perso lì tre uomini qualche tempo prima. Duecento metri d’abisso sulla destra. Trecento circa sulla sinistra. Meglio non guardare giù. Si poteva procedere a cavalcioni, ma lui non aveva mai capito come si facesse. Prendere una cresta come un mulo… che assurdità! L’aveva osservata per un po’. Con timore aveva intrapreso la traversata. Mano destra ancorata saldamente ad un appiglio sulla parte sommitale. Piedi ben appoggiati, quasi pari. Mano sinistra avanti, ad afferrare una lama verticale. Guardare bene dove riposizionare i piedi. Evitare gli incroci. C’era voluta una mezzora. Ma ora era al sicuro. Di fronte, si apriva una distesa pietrosa. Secca. Selvatica. Cinque ore di marcia. Nessuno all’orizzonte. Solo il vento che bacia i fior. Mancavano pochi metri alla fine di quell’allungo aspro. Poi sembrava esserci il vuoto. Ma dov’era finito? E cos’era quel blu spesso lì sotto? Un mare forse?

Lamenti funebri. Silenzio.


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“Coffee Break” è una rubrica sull’alpinismo, sui paesaggi, sull’arte. Una collezione di mondi contemporanei annidata nel sito web www.planetmountain.com
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2 commento/i dai lettori

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  1. Giorgio Madinelli
    Giorgio il28 settembre 2015

    Solo il vento che bacia i fior…
    Si sente una certa retorica da canti di cori alpini; però suscita la giusta inquietudine e rabbia. Ben scritto!

    • daniela il1 ottobre 2015

      Ciao Giorgio, quella “retorica” da canti di cori alpini a cui accenni è super voluta. Grazie mille per averlo letto e commentato!

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